Una
Stellina di Natale cadde dal cielo
e colpì il vetro di un vagone ferroviario.
“Altro
che regali e auguri di Natale!”. Sandro era letteralmente
infuriato. Era appena salito sul treno carico di bagagli,
pacchi e pacchetti e a malapena riusciva ad avanzare lungo
il corridoio del vagone, nel quale lo attendeva il suo posto
prenotato.
“Aspetta che ti incontri e sentirai che sfuriata!”. Era talmente
fuori di sé dalla rabbia che non riusciva ad accontentarsi
di pensarle queste frasi: gli uscivano dritte dalla bocca,
a mezza voce.
Raggiunse finalmente il suo posto, il numero venticinque,
depose ogni cosa, si sedette e compose nervosamente un numero
di telefono con il suo cellulare. “Vuoi spiegarmi meglio questa
storia? – disse senza salutare non appena sentì rispondere
dall’altro capo – Che significa distrutta?... Ma se era nuova
di zecca, comprata appena da un mese!... Camilla, senti: quando
arrivo facciamo i conti!”. E chiuse il telefono.
Camilla era la sorella di Sandro. Che era successo? Nel pomeriggio
la malcapitata aveva avuto un incidente stradale e aveva semplicemente
accartocciato l’automobile nuova del fratello. Lei non si
era fatta neanche un graffio, fortunatamente, ma la macchina
di Sandro era invece tutta un livido e la parte anteriore,
soprattutto, ricordava vagamente le fattezze di una fisarmonica.
Sandro mise in tasca il telefono e si girò verso il
finestrino del treno per guardare qualsiasi cosa fosse là
fuori: bello bello, sorridente come il nitrito di un cavallo,
si ritrovò a un palmo di naso dal disegno di un bel
cuore, realizzato con un dito da qualcuno che aveva tracciato
il suo contorno tra la polvere del finestrino.
Per la verità, il cuore era stato tracciato anche piuttosto
bene. Regolare, armonica, lasciata forse da qualche innamorato
per la sua amata al momento della partenza del treno in un
altro viaggio, quest’opera d’arte era però ora quanto
di più inopportuno si potesse accostare ai fumi irosi
del nostro amico.
Sandro lo vide e automaticamente - era ovvio - la sua mano
fu subito sopra di esso per cancellarlo con due o tre manate
che sembravano dirgli “ciao, vattene”. Tolta la mano dal vetro,
però, s'accorse che il cuore era ancora là più
bello di prima, poiché era stato disegnato dall’esterno
ed ora, liberato dalla leggera polvere dell’interno della
vettura, aveva il sorriso di due cavalli.
Fu d’istinto, per Sandro, un gesto di stizza contro di esso:
gli gettò addosso, come uno schiaffo, le nocche delle
dita. “Ahio!”, digrignò. Contemporaneamente si librò
il fischio del treno. La carrozza si mosse e, con essa, Sandro
e il cuore. Non c’era scampo: avrebbero fatto il viaggio insieme.
Per
un primo bel tratto di strada non si guardarono. Sandro aveva
ben altro per la testa e tutti i pensieri racchiusi in quel
cuore (amore, sentimenti, affetti e altre romanticherie) erano
partiti per la direzione opposta a quella dei suoi.
Sì, è vero, era la vigilia di Natale. Era vero
anche che Sandro stava tornando dai familiari che non vedeva
da parecchio tempo, come pure che nel vagone era tutto un
brillare di pacchi regalo e fiocchi colorati. Ma tutto ciò
non bastava. Il nostro povero amico pensava alla sua automobile
nuova distrutta: spense tutte le luci di quei bagliori natalizi,
chiuse gli occhi e si addormentò a denti stretti.
Quando si svegliò il treno aveva percorso quaranta
chilometri ed era fermo ad una stazione. Liberò nell’aria
uno sbadiglio e si stirò allungando gambe e braccia.
Si girò poi verso il finestrino e lo rivide.
Sandro non si ricordava di quel cuore impertinente e non fu
felice di trovarselo nuovamente davanti, ma il sonno aveva
steso un velo di debolezza sopra i suoi pensieri arroventati
e fu così che poté guardare fuori dal finestrino.
Il cuore passò subito in secondo piano e si accontentò
volentieri di fare semplicemente da cornice al contenuto del
suo sguardo.
C’era, proprio sotto il suo finestrino, un anziano signore
che aveva appena gettato le braccia al collo di un giovane
uomo che Sandro poteva vedere solo di spalle. Il volto dell’anziano,
invece, lo poteva vedere bene: era dipinto dalla gioia e dalla
commozione. Il giovane uomo era appena sceso dal treno e si
potevano notare i suoi bagagli disordinatamente a terra attorno
a quell’abbraccio: non c’era stato tempo di posarli con calma,
era stato più importante stringersi al cuore di quell’anziano
signore.
Sandro assisteva apparentemente impassibile alla scena, magistralmente
incorniciata dal cuore disegnato sul finestrino.
Non ebbe pensieri il nostro amico viaggiatore, ma sentì
qualcosa di grosso e profondo muoversi in fondo all’anima.
Subito si girò. Estrasse dalla tasca laterale di un
borsone una rivista e cominciò a far sfilare le sue
pagine davanti agli occhi. Quando gli apparve, a tutta pagina,
la pubblicità di un’automobile chiuse la rivista, la
gettò sul sedile vuoto al suo fianco, incrociò
le braccia e richiuse gli occhi. Il treno, intanto, ripartì.
“Camilla...
Camilla... Mannaggia a te e a quella volta che ti ho dato
le chiavi della macchina!”. Sandro stava riconsiderando passo
dopo passo tutto ciò che era accaduto: la visita inaspettata
di Camilla, lo sciopero dei treni, l’impossibilità
della sorella di tornare a casa e... il misfatto: la consegna
a lei delle chiavi del suo nuovo gioiellino.
Proprio non aveva voglia di rivederla, la sorella, e nemmeno
di abbracciare i suoi cari. Non ne voleva sapere di fare il
presepe, né di spumanti e panettoni. Non aveva voglia
di Natale, insomma. Tutto qui.
Fuori dal finestrino, intanto, il tempo e lo spazio correvano
velocemente verso il tramonto. Sandro tornò a guardarvi
fuori e, statene certi, rivide anche il cuore: “Beato te!
– gli disse – Tu sei sempre felice... Ma come fai?”. Il cuore
rispose subito: dentro la sua cornice gli fece passare davanti
agli occhi le meraviglie della natura. Il sole stava quasi
per calarsi dietro le colline e i suoi raggi infuocati afferravano
ogni cosa quasi a dire “io non vi lascerò mai”. Per
questo il cuore era felice. Ora gliel’aveva detto.
Sandro sembrò capire e si soffermò a guardare.
Racchiusi in quel disegno fatto a dito sulla polvere egli
vide maestosi alberi, anfratti rocciosi e fiumi ghiacciati.
Si ritrovò ad ammirare tutto piuttosto serenamente.
Pensò a quanto era piccolo il suo mondo fatto di frenetica
agitazione e perfino la sua automobile nuova gli sembrò
un microscopico puntino sotto il cielo dell’universo.
All’improvviso, una galleria. Il buio. Il suo volto riflesso
dentro il cuore sul finestrino. Sandro si vide e si voltò
dall’altra parte. Si era accorto di avere un volto triste.
Un bambino, due sedili dietro al suo, aprì in quell’istante
un libro di Natale, uno di quelli che hanno la musichetta
dentro e, subito, attraverso l’aria del vagone scivolarono
in tutti gli orecchi le note di “Astro del ciel”. Le parole
del canto, anche se lui non voleva, gli scorrevano nello schermo
della mente come uno strano e incontrollabile karaoke.
La rabbia di Sandro si era addormentata e, uscendo dalla galleria,
egli tornò a guardare fuori attraverso il cuore. Sfilavano
case e palazzi, ora, mille e mille finestre. Quanta gente!
Chissà cosa stavano facendo tutte quelle persone, là
fuori. Chissà quali erano i loro discorsi e quali pensieri
abitavano i loro cuori. Chissà per cosa veramente vivevano.
In prossimità della stazione di quel paese il treno
si fermò anzitempo inaspettatamente, forse per attendere
che passasse prima un altro convoglio.
Proprio in quel luogo il cuore disegnato stava incorniciando
la finestra illuminata di un palazzo alto e grigio. Dentro
vi passavano da un capo all’altro un uomo e una donna, muovendosi
in maniera nervosa e agitando le braccia nell’aria. Ad un
certo punto l’uomo diede uno schiaffo alla donna e questa
corse piangendo in un’altra stanza. Lui, invece, rimase prima
immobile e poi si avvicinò alla finestra di casa fissando
il vuoto con lo sguardo impietrito.
Dalla parte alta del finestrino del treno scese lenta una
goccia d’acqua che spezzò in due il disegno del cuore.
Sandro si mosse sul sedile, come per sedersi meglio, e si
schiarì la voce in maniera impacciata. Si sentiva a
disagio: non avrebbe mai voluto assomigliare a quell’uomo.
Il
treno ripartì e raggiunse la vicina stazione. Anche
là egli vide tante persone, tanti abbracci, tanti sorrisi,
tante cose della vita. Quando il vagone si mosse nuovamente
in avanti, Sandro realizzò che la prossima volta toccava
a lui: mancava poco a casa.
Aprì il borsone e tirò fuori i pacchetti che
aveva preso per i suoi cari (prima di sapere dell’incidente).
Le povere confezioni erano tutte ammaccate, colpa della pazza
corsa per non perdere il treno mentre con una mano al cellulare
urlava contro Camilla e con l’altra sbatteva in ogni dove
quei poveri pacchetti chiusi dentro al suo bagaglio.
Li prese ad uno ad uno e quasi desideroso di mostrarli al
suo amico cuore ridiede loro un aspetto dignitoso. Sandro
non se ne accorse, ma se qualcuno lo avesse osservato in quel
momento avrebbe potuto notare che ora egli stava sorridendo.
Il cuore del finestrino ne fu felice e gli proiettò
tutti gli alberi di Natale illuminati che riuscì a
raccattare lungo il tragitto.
Il nostro viaggiatore terminò giusto in tempo il suo
lavoro di abile e paziente aggiustatore: appena riposto l’ultimo
pacchetto il treno iniziò a frenare per abbordare la
sua stazione.
Egli rimase seduto a guardare fuori dal finestrino. Sentiva
il suo cuore in pace e aveva tanta voglia, ora, di riabbracciare
i suoi familiari. Il treno si fermò ma lui non si mosse:
stava ancora contemplando il mondo attraverso quel cuore disegnato
sul vetro. Dopo un po’, dentro la sua cornice fece capolino
un volto di donna. Era Camilla, sua sorella. Aveva l’aria
molto abbattuta. Lui le sorrise. Lei sembrò spiazzata.
La guardò con tenerezza un altro istante, poi prese
i bagagli e scese dal treno. Si tennero abbracciati a lungo.
“Sandro...” tentò di dire Camilla. “Lascia perdere
la macchina, sono felice che tu sia ancora tutta intera” interruppe
Sandro tenendola ancora stretta a sé.
Poi sentì il treno fischiare e partire e volle girarsi
per vedere per l’ultima volta quel misterioso cuore. Lo vide
e dietro di esso, nel vagone, un volto imbronciato appena
salito sul treno. Sandro sorrise, si voltò e con le
braccia sulle spalle della sorella si avviò verso casa.
Jesi, 5 luglio 2004 (Editrice Tre Sei Scuola - Collana "Gli Acchiappasogni")
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